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La vecchia Mercedes rossa
Una vecchia automobile rossa. Una volta era stata una Mercedes, oggi era solo un motore in difficoltà, quattro ruote con un principio di Parkinson, lividi e piccole fratture un po’ dovunque. Eppure svolgeva ancora bene il suo lavoro, che, in fondo, è solo quello di trasportare. E qualche volta quello di nascondere. Una comoda e anonima alcova per incontri che nessuno deve vedere. Anche se poi questa è solo un’illusione. E comunque quella vecchia automobile rossa non era più mia. Che ne facesse quello voleva, Luca, lui e la sua amante. Non aveva mai voluto dirmi chi fosse. Sapevo solo che era sposata. In questo aveva una sua teoria della quale era convintissimo. Una donna sposata ha già raggiunto la sua meta, meglio ancora se ricca. Non ha nessun interesse a lasciare il marito e così è l’amante ideale, quella che non chiederà mai di più. E’ difficile anche per me, ancora oggi, capire perché, eppure Luca aveva la mia Mercedes da tre anni. Niente passaggio di proprietà, aveva detto.
“Costa troppo, provvedo io a tutto, dal bollo all’assicurazione, e poi così è sempre la tua, puoi sempre ripensarci”.
Io l’avrei dovuta demolire. Per me era stato un simbolo del successo. Ora non avevo quasi più un lavoro. E comunque non avevo certo bisogno di simboli. Semmai mi sarei dovuto comprare una Trabant ammesso che le facessero ancora. Avevo ripiegato su una più realistica “Kia” una delle tante automobili da “vorrei ma non posso”.
“Diecimila euro ed è come nuova, avvocato”
Perchè continuano tutti a chiamarmi così. Meglio comprarne una nuova, che di questi tempi te le tirano dietro con anticipo zero, interessi zero e una settantina di rate a partire da fine anno. L'anno lo scegli tu. Quel giorno in concessionaria con me c’era Luca. Lui non ha mai un cazzo da fare, e allora è la prima persona a cui pensi se hai bisogno del classico favore:
“La lasciamo in riparazione e mi riaccompagni a casa, magari ci prendiamo un caffè insieme.”
Luca dice sempre di sì. E così quando chiesi in concessionaria se alla demolizione potevano provvedere loro gli brillarono gli occhi.
“Ma sei matto a demolire un gioiellino del genere? E poi conosco io un tipo che ha uno scasso, su via Andria. Quasi tutta roba regolare, tranquillo. Vedrai che te la cavi con meno di tremila.”
Certo, non mi andava proprio di dirgli che in quel momento anche tremila erano tanti, e poi magari dopo pochi mesi ne sarebbero serviti ancora per le ruote, la marmitta, gli ammortizzatori, l’interferone. No, davvero, in questi casi è meglio dare un taglio netto e staccare la spina. Fu in quel momento di debolezza che Luca buttò lì, quasi con indifferenza la sua proposta:
“Se davvero pensi di demolirla, perché non me la lasci usare qualche mese, non sarà buona per viaggiare, ma io la uso solo qui in città al massimo se anche si ferma mi farò due passi.”
Così mese dopo mese, anno dopo anno, la vecchia Mercedes era ancora lì. Tre anni e sette mesi, per la precisione. Mentre ad andare in pensione era stata
“Ti devo parlare, sai, se ti dovessero venire a chiedere chi usa la tua Mercedes, tu resta sul vago, non fare il mio nome:”
Già come se fosse facile. E poi lo sapevano tutti in città che la guidava lui.
“Ti raggiungo al bar del Circolo fra dieci minuti e ti spiego tutto.”
Ci misi più tempo del solito a fare la doccia quella mattina. Luca avrebbe fatto ritardo, come al solito, e non volevo essere io ad aspettarlo. Il bar del Circolo d’estate mette dei tavolini sotto il porticato che protegge dal sole torrido, proprio di fronte alla grande piscina. Per anni le socie del circolo hanno chiesto che il porticato fosse separato da una siepe così da poter prendere il sole in costume senza gli occhi del guardone di turno addosso. Ma in assemblea hanno prevalso i guardoni, che di quella siepe non ne volevano sapere. Luca era uno di quelli. E se per caso c’era qualche nuova socia con un costume più ridotto del solito, di quelli che ormai sulle spiagge si vedono sempre più di frequente, ma che in piscina latitano ancora specie al Circolo, di sicuro le incollava lo sguardo al culo seguendola ogni volta che questa si alzava per il bagno o la doccia. Per una volta, nella sua carriera di "voyeur" professionista, ne aveva trovata una che continuava ad alzarsi, nonostante lui la guardasse in maniera così ostentata. Anzi, più Luca la guardava e più lei si faceva venire la voglia di una doccia, di un tuffo, di un gelato. Tutte scuse per fare passerella sulla piattaforma di legno di un Lido di Trani, dove si erano conosciuti. Così ora Luca aveva un’amante ufficiale e la mia Mercedes era la loro camera da letto.
“Vedi, il marito ormai sa tutto. Le ha fatto una scenata per sapere chi è il suo amante, è volato anche qualche schiaffo, poverina, ma lei niente ha tenuto duro, per fortuna. Se mia moglie dovesse sapere mi metterebbe le valigie sul pianerottolo senza dire neanche una parola. Dovrei addirittura cercarmi un lavoro!”
Già, perché Luca si faceva mantenere dalla moglie praticamente da sempre e non aveva quasi mai avuto un vero lavoro. I primi tempi del matrimonio aveva aperto un’agenzia di consulenze pubblicitarie, ma dopo qualche anno anche Laura, sua moglie, si era stancata a fare finta di crederci e aveva smesso di pagargli il fitto. Così lui ormai teneva in ordine la casa, faceva qualche commissione e aveva tanto tempo libero da dedicare alle sue conquiste. Laura sembrava non voler vedere, ma gli aveva sempre detto:
“Se ti becco una sola volta hai chiuso”.
Ed era sicuramente capace di farlo. Tipa tosta, senza pietà anche sul lavoro. Conoscevo bene anche lei, purtroppo. Sostituto procuratore d’assalto, sempre in prima linea in tutte le cause più importanti. Come quella che mi era costata la sospensione dall’ordine per una classica storia di tangenti. Non si era nemmeno astenuta, la stronza, nonostante l’amicizia con Luca. Aveva chiesto al Gip il rinvio a giudizio e la mia sospensione immediata dall’ordine degli avvocati. Come se fosse possibile fare una qualsiasi transazione amministrativa senza pagare il funzionario o il politico di turno. Uno più importante di me quasi cinquant’anni fa disse che i partiti politici sono come i tram: ti fai portare dove vuoi, paghi la corsa e scendi. Altrimenti resti a terra e non vai da nessuna parte, questo lo aggiungo io. Luca parlava e parlava, ma io ero perso nei miei pensieri. Continuavo a fissare le palme che punteggiano il prato oltre la piscina, cercando di contarle, ma ogni volta mi confondevo e dovevo ricominciare. Un buon modo per fingere di ascoltare qualcuno senza addormentarsi. Trascorriamo più della metà del nostro tempo ogni giorno ad ascoltare chi ci parla di cose verso le quali non nutriamo il minimo interesse. E’ per questo che non mi piace parlare molto, perché so che tanto a nessuno interessa davvero quello che avrei da dire. Nessuno è più capace di ascoltare. Una cosa però, nel comportamento di Luca, fu in grado progressivamente di attirare la mia attenzione. Continuava a girare intorno alla storia, come se fosse lui a volermi distrarre. Non sollecitava la mia attenzione, nonostante il mio sguardo perso nel vuoto. E a un certo punto, come se si fosse definitivamente liberato da un peso, concluse:
“Oh, io te l’ho detto, così almeno lo sai e quando lo vedi ti regoli di conseguenza”
“Scusa Luca, ma .. quando lo vedi chi?”
“Ma allora ho parlato a vuoto finora! Quando vedi lui, il marito, il cornuto, no?”
“E perché mai lo dovrei vedere, scusa, non ne ho assolutamente l’intenzione...”
“Perché ha preso il numero di targa, quello della Mercedes, cazzo, è un’ora che te lo sto dicendo”
Ecco dove voleva arrivare. O meglio, dove non voleva arrivare. Finora aveva parlato come se volesse dirmelo senza farmelo capire, adottando raffinate tecniche di distrazione, a cominciare dallo stesso luogo dove mi aveva raggiunto. Un domani mi avrebbe sempre potuto dire che mi aveva avvisato: "...quella mattina al circolo, non ricordi?"
“No, Luca, ora ti fermi qui e ricominci tutto da capo, e stavolta ti guardo negli occhi.”
Ci mise meno di un minuto a spiegare tutto, perché quando uno vuol farsi capire un minuto basta e avanza. Lui e la sua tipa si erano appartati in una stradina dalle parti del vecchio Monastero di Colonna, a Trani, e proprio si rivestivano era sfrecciato al loro fianco il gigantesco Suv del marito tradito, primario di ortopedia sempre troppo impegnato per ricordarsi di avere una moglie bella e annoiata. Gli sguardi dei due coniugi si erano incrociati per un attimo in maniera quasi comica. Lei colta mentre cercava di coprirsi il seno dai potenti fari del fuoristrada e lui che provava a mostrare a sé stesso di aver visto male, ruotando la testa copletamente all’indietro pur di darsi torto. Meno di un secondo e Lea aveva urlato il più classico dei “Cielo! Mio marito!”, mentre il Professore aveva disperatamente inchiodato i freni, riuscendo a fermarsi però solo un centinaio di metri più avanti, ritrovandosi con il posteriore completamente accartocciato dall’urto con il pesante furgone che per uno sfortunato caso si trovava alle sue spalle. Luca, che ancora armeggiava con i suoi jeans, aveva messo rapidamente in moto, ancora a torso nudo, e aveva compiuto una veloce inversione di marcia allontanandosi in fretta. Ma l’ortopedico era riuscito ad annotare il numero di targa dell’auto che aveva ospitato la sua signora e così era risalito al proprietario. E ora mi stava cercando. E certo, perché cercava me, il proprietario della vecchia Mercedes rossa, come era risultato da una rapida ricerca fatta alla Motorizzazione. Lo ascoltavo con un sorriso a fior di labbra. La storia era divertente, e l’attimo del tamponamento poi davvero esilarante. Immaginate il pover’uomo che in un momento di debolezza si era inoltrato nel dedalo di viuzze a quell’ora frequentato solo da coppiette, in cerca forse di uno scampolo di seno, di due corpi allacciati nell’amplesso, da rubare attraverso i vetri appannati. Ora pensate alla sorpresa di trovarsi finalmente di fronte, in primissimo piano, uno splendido seno, un evento da festeggiare con gli abbaglianti, per poter guardare meglio, per esprimere una grata approvazione. E poi inaspettatamente riconoscere la propria moglie, l'unica che non potrà mai farvi l’inevitabile domanda:
“E tu che ci facevi lì a quell’ora?”.
Quel sorriso, però, rapidamente lasciava il posto sul mio viso a una smorfia di fastidio, di disgusto, quasi. Il Professore ormai pensava che fossi io l’amante di sua moglie e probabilmente mi stava già cercando, per affrontarmi, per avere un chiarimento, o ancora peggio per picchiarmi, o forse… no, non potevo credere davvero che arrivasse a concepire tanta violenza. Questa cosa andava risolta come si fa tra persone civili, diavolo! Ma poi, che cazzo di idee mi facevo venire. Mica ero io l’amante della Mercedes rossa. Mi sarebbe bastato raccontare tutto al poveretto e fargli capire che quell’auto non l’avevo più da anni, che non ero io il porco del momento. Perché di sicuro la “signora” doveva averne avuti altri di amanti, anche se finora era stata tanto fortunata o tanto prudente da non farsi beccare. Proprio mentre cercavo conforto in questi pensieri rassicuranti la voce di Luca mi riportò bruscamente alla realtà:
“Lea non ha potuto fare altro che ammettere, capirai dopo quello che lui aveva visto, e gli ha detto tutto di te. Ora lui sa perfino dove abiti, quindi da un giorno all’altro te lo trovi fuori casa. Scusa ma davvero non sapevo cosa fare. Tanto a te che importa, mica sei sposato tu. Confessa tutto, chiedigli scusa, promettigli di dimenticarla, e chi si è visto si è visto. Io tanto con lei ho chiuso e poi non mi piaceva più neanche tanto, cominciava ad essere ossessiva...”
“Ma confessa cosa? Tu sei completamente scemo se pensi che io chieda scusa a quel tipo. Io la moglie non la conosco affatto!”
“Quanto a questo non c’è problema, ci avevo pensato e ti ho portato delle sue fotografie, ecco, vedi qui è vestita, elegantissima, a una festa dei Lions, qui invece è in costume da bagno al mare, bella donna vero? Quello a sinistra sono io.”
“Sì, Luca, tu sei veramente scemo, ora ci mancavano solo le fotografie di questa….”
“Lea, si chiama Lea, te l’ho già detto. Ultimamente è un filino ingrassata, ma si mantiene ancora bene per l’età che ha. Che poi quaranta non sono mica tanti, e comunque non ha una ruga!”
“No, Luca davvero non scherzare, io quando vedo il cornuto gli dico la verità, che
E lo lasciai solo al Circolo, inseguito da un incerto: “C’è ancora una cosa che devi sapere….” mentre con aria indifferente continuava a guardare i culi che gli passavano davanti con la meticolosità e la cura di un dietologo con in mano il suo plicometro. Certo, non è che potessi sentirmi del tutto tranquillo, perché la possibilità che l’esimio prof. Matteo Marzella, ortopedico e cornuto, mi venisse a cercare non erano poi così remote. Così mentre riguadagnavo la sicurezza che solo casa tua può offrire in momenti come quelli, continuavo a pensare a come me la sarei cavata al cospetto del dolore e della rabbia di un marito tradito. In ogni caso
“Girati, voglio guardarti negli occhi prima di sparare.”
In quel momento tutti i miei piani di battaglia si infransero di fronte alla voce glaciale che non sembrava lasciare nessuno spazio a qualsiasi giustificazione. L’ortopedico Matteo Marzella, un omone di quasi due metri, sudato e con la barba lunga di qualche giorno, era venuto per farsi giustizia, e non per parlare. Aveva già superato la fase nella quale si pretendono o si accettano spiegazioni, per lui non c’era proprio niente da spiegare. Amante della moglie, Mercedes rossa, questa era diventata ormai una verità assiomatica, dalla quale nulla avrebbe potuto distoglierlo. Quasi nulla, in verità. Altrimenti non sarei ancora qui a raccontarvela. Voleva guardarmi negli occhi, e allora, incapace di proferire una sola parola, eseguii come mi era stato richiesto una lenta torsione sul busto, accompagnandola con la rotazione dei piedi di centottanta gradi e agganciai il mio sguardo al suo, ad implorare perdono e pietà. Perchè ero colpevole, l’evidenza dei fatti era lì a dimostrarlo, e andavo rassegnato incontro al mio destino. Il professore mi fissò un attimo e si irrigidì, come il tiratore che prende la mira cercando di arrestare tutti i movimenti del corpo, respiro compreso. Poi parve esitare, e fece un paio di passi in avanti. Forse non era pienamente convinto delle sue capacità balistiche. O forse no. C’era qualcos’altro, come un dubbio che incredibilmente gli era balenato. Io avevo chiuso gli occhi, ormai, e cercavo solo di ingannare la mia ultima attesa. Incredibilmente però lo sentii esplodere in una fragorosa risata. Oddio, pensai, questo è impazzito del tutto, non solo mi toccherà morire, ma anche ascoltare il delirio del cornuto. Aprii gli occhi e vidi la mano che teneva la pistola perdere lentamente forza fino a scendere perpendicolare al corpo. Infine l’arma scomparve nei pantaloni e il gigante mi guardò come se mi vedesse per la prima volta. Solo allora, mentre scosso da una incontenibile ilarità il suo volto riacquistava caratteri umani, lo riconobbi. Anche lui mi aveva riconosciuto, e così mi ero salvato. E’ difficile per chiunque ammetterlo, ma tanto vale, a questo punto della storia, andare fino in fondo. Io e Marzella ci vedevamo da mesi almeno una volta alla settimana nella stessa sauna a Bari. Uno di quei locali dove si incontrano quelli come noi, dove si fa sesso fra uomini senza chiedere nemmeno come ti chiami, magari al buio. E dopo ognuno per la sua strada. Senza domande, senza problemi. Salvo che non ci si metta il caso a crearteli. Ecco perché l’ortopedico era anche lui al buio nelle stradine che circondano il Monastero di Trani: certamente era lì con qualche amichetto, forse proprio il tipo che lo seguiva a distanza così ravvicinata col furgone. Quando finalmente smise di ridere ci sedemmo vicino per terra, la schiena appoggiata alla portiera anteriore della vecchia Mercedes rossa, privi di forze per la tensione accumulata, e mi raccontò la sua storia. Paradossalmente si sentiva tradito dalla moglie, alla quale aveva sempre chiesto fedeltà assoluta, nonostante tutto. Fra loro c’era un patto preciso in questo senso, ed era disposto perfino ad uccidere pur di salvare l’onore. Io continuavo a fare sì con la testa e a pensare a quanti calci nel culo avrei dovuto tirare a Luca per mettermi in pari. L’idea di portare qui
Franz Schubert e Al Bano
il Paradosso che Zenone non colse

Franz Peter Schubert ha dovuto patire due grandi sventure. La prima è stata certamente quella di una morte precoce. Morì il 1828 a Vienna, dov’era sempre vissuto,
Oggi vi faccio un regalo prezioso. Caso mai ve la foste persa, cosa piutosto probabile considerato il caldo afoso di queste serate, che poco si concilia con la "divanizzazione" televisiva, vi propongo la sfida fra due le due migliori cantanti giovani italiane. Due delle più belle voci italiane di tutti i tempi, per dire meglio. Sono due cantanti completamente diverse, e questo rende ancora più affascinante il confronto. Karima infatti parte da una base di preparazione soul e ha studiato per affinare il timbro, mentre Giulia è figlia di una cantante d'opera, con cui ha studiato, ed ha dunque una base decisamente classica. Il bello di questa sfida è che cantano pezzi assolutamente diversi , certamente quelli di Giulia inadatti alla platea a cui venivano proposti, perchè troppo raffinati. Le due cover "Estate" e "Amore che vieni amore che vai" fanno parte di uno spettacolo che Giulia ha costruito con un quartetto di archi, lo Gnu Quartet. Proporre questi arrangiamenti alla folla urlante di una piazza non è stata certo una scelta tatticamente ragionevole. Ma non credo proprio che Giulia sia una persona ragonevole. Lo si capisce anche da certi atteggiamenti che assume durante lo spettacolo. Karima, al contrario ha scelto due classici del suo repertorio "popolare" "Natural woman" e "Think", andando a vincere a colpo sicuro. Perchè anche una giuria di giornalisti ed esperti discografici viene condizionata dalla situazione ambientale, e perchè Karima è già nel mercato, mentre Giulia ancora no. Giulia, che trionfò nella prima edizione di Amici, incredibilmente non ha ancora inciso un disco. Quasi quasi organizzo una colletta, anche se proprio in questa occasione il potente direttore generale della Sony Italia, Rudy Zerbi, le ha "promesso" un contratto. Ecco, Rudy, se per caso mi leggi, tu o qualcuno della Sony, mantieni quella promessa, altrimenti smetto di comprare dischi Sony. E ti assicuro che sono capace di fare calare il vostro fatturato anche da solo. Io di Giulia sono follemente innamorato, artisticamente, certo, da quel lontano 2003, e quando ho ascoltato la sua versione di "Amore che vieni amore che vai" sono rimasto letteralmente folgorato. Spero che succeda anche voi di provare la mia stessa forte emozione di fronte alla bellezza e all'eleganza della sua voce. Mi chiedo spesso qual è il meccanismo che ci fa amare una voce piuttosto che un'altra. Lo so, è come voler spiegare l'amore per una donna, e l'amore non si spiega, come ci suggerisce il noto filosofo Sergio Cammariere. Io amo iniseme la grazia di Giulia e la potenza di Karima, specie quando la controlla, perchè la potenza è nulla senza controllo, come dice il noto filosofo Tronchetti Provera. Ma di fronte alla fragilità di suoni che sembrano sempre sul punto di spezzarsi e che invece reggono fino in fondo all'acuto, quasi per miracolo, la mia anima vibra, come se quella voce toccasse materialmente una certa parte del mio corpo scatenandone reazioni incontrollate. Non è forse questo l'amore?

“Come saprei capire l’uomo che sei, come saprei scoprire poi, le fantasie che vuoi, io ci arriverei, nel profondo dentro te”. Questa canzone, non tutti lo ricordano, l’ha scritta Eros Ramazzotti, che è nato nel Sessantre. John Lennon invece è morto l’Ottanta. Ricordatevi queste date, separate da diciassette anni. Forse ce ne sono altri cantanti nati nel Sessantatre, ma noi ci faremo bastare Ramazzotti. Un Ramazzotti fa sempre bene, e questa proprio non ve la potevo risparmiare. Per sopportarlo meglio ho scelto una canzone portata al successo da Giorgia. Di John Lennon ne prendiamo una a caso: “Imagine”, con la certezza di non sbagliare, anche se io gli ho sempre preferito Paul, ma di questo ne parliamo un’altra volta. Eros ha scritto “Come saprei” nel Novantacinque, mentre “Imagine” è del Settantuno, ventiquattro anni prima, e così abbiamo più o meno finito di pagare pegno al barboso nozionismo. Anche a scuola le date erano una gran seccatura quando si studiava Storia, eppure la cronologia degli avvenimenti è fondamentale per capirne la dinamica. Sciopèn che da adesso in avanti scriverò correttamente Chopin nacque diciassette anni prima della morte di Beethoven. Questo significa che le loro storie, le loro vite si sono in qualche modo incrociate, se pure senza che si siano mai incontrati. Proprio come Eros e John. Capita, ieri per esempio leggevo una dichiarazione di Gloria Guida che si rammaricava di non aver mai lavorato con Edwige Fenech. Un vero peccato, ma temo che sia troppo tardi, almeno per il genere che le ha rese famose. Ogni artista ha il suo nome legato a qualcuna delle opere che più ha incontrato i favori del pubblico, spesso a prescindere dall'effettivo valore. Così

Per capire Beethoven non basta una vita. Questa è la prima cosa che mi viene in mente quando penso al grande Ludovico Van e alla sua musica. Eppure suo è forse il più famoso incipit della storia della musica, quello della Quinta sinfonia, tatatataaa, e poi calando, tatatataaa; note che preciso ad uso di puristi pignoli e studenti dei corsi serali di musica: sol sol sol mibemolle, fa fa fa re. Il destino che bussa alla porta, secondo lo stesso autore. Ora mettetevi comodi, ma non vi preoccupate. Non cercherò di spiegare Beethoven. Sono presuntuoso, sì, ma non fino a questo punto. Voglio solo raccontarvi due o tre cose che so di lui. Qualcuna mi ha aiutato a capirla una ragazzina di quattordici anni che si crede una sua reincarnazione. E speriamo che non mi legga perché è capace di offendersi per il solo fatto che io la abbia citata. La chiameremo Giulia. Giulia suona il pianoforte, e studia composizione. Ormai dovrebbe averne diciotto di anni. Conosce la vita di Beethoven a memoria, dal colore della giacca che indossava il tale giorno alle parole che scrisse il tal altro. Un piccolo genio, Giulia, con la fissazione per Ludovico Van. In fondo che c’è di male? Mica le ragazzine possono solo invaghirsi di Nek o di Cesare Cremonini. Sì, lo so da me, Beethoven non è un bell’uomo, se è per questo è anche un po’ morto, almeno dal 1827. Ma l’amore, si sa, non conosce ostacoli. E poi non mi venite a dire che Cremonini è bello! Giulia in ogni caso crede fortemente che il Maestro le parli nel sonno, le indichi la strada da seguire, le riveli tutti i segreti della musica, spiegandole come interpretare al meglio sonate e concerti. Avrà sicuramente in casa qualche suo poster, il classico busto di gesso che si vende in ogni buon negozio di strumenti musicali, una copia della lettera che Ludwig scrisse alla sua misteriosa “Amata Immortale” e si sarà convinta, nel frattempo, di esserne la destinataria ideale, sia pure a un paio di secoli di distanza. Giulia si addormenta con gli auricolari dell’ “iPod” che sparano a volume impossibile la grande quantità di note che di solito caratterizza le composizioni del suo Beethoven. E poi se lo sogna. Non credo che per voi sia consigliabile seguire questo metodo, anche perché se per caso invece che il Ludovico Van vi piacesse Gigi D’Alessio non vorrei proprio sentirmi colpevole di una sua apparizione in sogno. Magari in compagnia della Tatangelo, pronti a duettare sulle indimenticabili note di “Non dirgli mai”. No, continuate pure ad ascoltare i vostri artisti preferiti, ma abbandonateli un minuto prima di cadere fra le braccia di Morfeo, così, forse, eviterete le loro pericolose braccia. I musicisti sono gente infida, capaci di approfittare della vostra ingenua passione, lasciandovi poi un minuto dopo aver goduto, e senza tacere. Anche se vi hanno avuto solo in sogno. E poi, con tutto il rispetto, io non vorrei davvero sognare Mina, o Ella Fitgerald, giusto per citare due fra le mie preferite. No, meglio addormentarsi guardando i trailer di Primafila Hot di Sky, evitando accuratamente quelli fetish, che trovo piuttosto inquietanti. Ma perdonate questa digressione personale e torniamo al grande Ludwig. Per marcare in maniera netta la differenza da Mozart è bene sapere che non fu un bambino prodigio. E in questo almeno anche noi che abbiamo faticato sulle tabelline nella nostra infanzia, spesso fallendo tragicamente il sette per otto, possiamo sentirci suoi pari. Sicuramente ci sapeva fare al pianoforte, e quel vecchio ubriacone del padre, un tenore di scarsa fortuna, ci provò pure a portarlo in giro per tirare su qualche Fiorino, come già aveva fatto Leopold col piccolo Amadeus, ma senza grande fortuna. Beethoven era bravo, bravissimo, ma non stupiva: compose la sua prima sinfonia a trent’anni e a venticinque la sua prima sonata per pianoforte. Niente di eccezionale, insomma se pensate che Cesare Cremonini, visto che l’abbiamo già citato, a diciannove ha scritto “50 Special”. Di Beethoven tutti dovrebbero sapere alcune cose prima di ascoltarne la musica. La prima è senza dubbio che dal 1820 diventò completamente sordo, avendo cominciato a perdere l’udito già dieci anni prima. Compose perciò, senza potersi ascoltare, le ultime quattro celebri sonate per pianoforte, gli ultimi quartetti per archi, compresa la mitica Grande Fuga,
Ecco, queste poche cose mi sembrano fondamentali perché vi possiate avvicinare alla musica del Ludovico Van con un minimo di preparazione. Certo potrei parlarvi del “Testamento di Heiligenstadt”, disquisire dottamente su chi fosse la misteriosa “Amata Immortale”, sottolineare l’importanza che per la sua musica ha avuto l’italiano Muzio Clementi, misconosciuto padre della musica pianistica, inventore degli accordi di ottava. Ma in fondo così farei felice soltanto Giulia, e temo proprio che lei non segua queste mie sconclusionate “lezioni”. E poi credo di aver scritto anche troppo per i tempi brevi e sincopati di questa nostra vita accelerata. Accontentatevi allora e sfruttate al meglio queste due o tre notizie nelle future conversazioni a bordo piscina con l’assessore alla cultura di turno. State pur sicuri che lui ne saprà sempre meno di voi. Meglio concludere segnalandovi alcune “canzoni” di Beethoven che ritengo potreste provare ad ascoltare fra l’ultimo della Pausini e il “Best of” di Tiziano Ferro. Io consiglio sempre di scartare meticolosamente tutta la musica più nota, perché non sareste capaci di schiodarvi dall’effetto karaoke mettendovi a cantare infastidendo il povero pianista. E’ come quando, ascoltando Claudio Baglioni, vi aspettate sempre che parta il coro dei disperati con i famigerati accendini alla mano. Perciò niente “Patetica”, “Appassionata” e “Chiar di Luna”, la triade delle sonate per pianoforte che tutti conoscono, ma piuttosto dedicatevi alla numero Sette e alla Trentadue. Sì, Giulia, ho capito: per te, solo per te le chiamerò come si deve, opera 10 numero tre e
Se fossi stato al posto di Salieri l’avrei avvelenato. Già, ma nemmeno Salieri l’ha fatto. Dicono sia solo una leggenda. E che Amadeus sarebbe morto per una banale infezione. Certo mica c’era la penicillina a Vienna nel 1791. Aveva trentacinque anni. E questo ogni volta mi colpisce profondamente. Cazzo, a trentacinque anni aveva scritto una “vagonata” di roba che non vi sto nemmeno a raccontare. Sì, anche di Mozart ho l’integrale delle incisioni su cd. Sono centosettanta, per essere precisi, quindici più di Bach, che pure è vissuto trenta anni in più. Quarantuno sinfonie, giusto per dirne una. Certo, la prima composta a soli otto anni. Già, un bambino prodigio. Un colpo di culo, insomma, di quelli che capitano raramente. Anzi, un doppio colpo di culo, perché suo padre era musicista e quindi in condizione di seguirne e agevolarne la carriera. Un triplo colpo di culo, perché al contrario di tanti bambini prodigio Mozart divenne un grande musicista. Perché il passaggio non è affatto scontato. E comunque se fossi stato Salieri avrei invidiato tutta quella fortuna. Anche se poi è difficile parlare di fortuna per un uomo che muore povero a trentacinque anni. Tanto povero che il suo corpo venne gettato in una fossa comune dopo uno squallido funerale di terza classe. Solo dopo qualche anno ci si ricordò di lui, recuperando almeno il cranio che aveva contenuto un cervello così singolare. Mozart è come Maradona: un bambino a cui metti un pallone fra i piedi e lui “scarta” tutta la squadra avversaria, fa gol e poi si gira a spernacchiare gli avversari. Per forza che vorresti spaccargli una gamba! Ecco, Salieri forse non l’avrà avvelenato, ma non può non averlo invidiato. L’invidia non è un sentimento umano, è il sentimento umano. Il genio, la grazia, la bellezza ricevuti in dono senza pagare pegno sono certamente causa di invidia. A me non sarebbe dispiaciuto essere un bambino prodigio. Saper suonare il pianoforte a due anni, comporre musica a cinque, e poi girare il mondo per farmi ascoltare. Se non si parte da questo presupposto non si può capire la musica di Mozart. Bach è metodo, Beethoven è sofferenza, Chopin è passione, Liszt è esibizionismo, ma Amadeus è Gioia. Solo con la sua donna in una stanza chiusa Bach compie il suo dovere nel tempo minimo di una fuga, Beethoven si fa frustare, Chopin parla d’amore e dimentica il sesso, Liszt si guarda allo specchio per tutto il tempo, probabilmente lungo, in verità, Mozart invece si dedica al suo piacere in allegria e senza inibizioni. Chi ha avuto tutto e subito non si lascia attraversare da pensieri destabilizzanti. Anche nelle sue melodie più tristi e romantiche, come quelle dell’andante del concerto per pianoforte numero 23 K488, c’è sempre gioia di vivere, perché la felicità creativa è tale da non poter essere incrinata in nessun modo dalla sofferenza che invece per esempio incontriamo in una qualsiasi sonata di Beethoven. Questo è anche il limite della musica di Mozart, se ve ne è uno. Perché i musicisti dell’ottocento hanno potuto soffrire a progetto, seguendo un ideale, quello romantico, che ne giustificava l’infelicità, mentre tutto questo è stato negato a chi nei secoli precedenti ha scritto musica assecondando il suo genio, ma anche le richieste dei facoltosi committenti. Se scrivo e non ho nessuno che mi paghi per farlo, come io in questo momento, non è che posso essere poi così contento. Se poi mi trovo a dover parlare di Mozart e per una sola misera cartella fatico il doppio di quello che è toccato a lui per uno dei suoi "divertimenti musicali", ammetterete che se lo avessi a portata redivivo un bel bicchiere di acqua tofana glielo farei bere volentieri. Certo il veleno ci priverebbe ancora una volta del suo genio immortale a soli trentacinque anni. Ma, dico io, già così ho dovuto comprare centosettanta cd per soddisfare la mia brama di possesso onnicomprensiva, se fosse vissuto il doppio mi sarebbe toccato fare un mutuo. Meglio che sia morto presto, per cause naturali o meno. Anche per lui, in fondo, vale il principio per cui gli eroi son tutti giovani e belli.

Oggi vi spiego Bach. Cominciamo col chiudere a chiave le porte della classe. Da qui per un'ora non esce nessuno. E non mi chiedete di andare in bagno. Bach viene meglio se imparate a trattenere. Quando vi spiegherò Mozart vi posso concedere tutto. Mozart è libertà assoluta. Wolfie scriveva deliziose lettere alla sorella raccontandole nei minimi dettagli la sua arte di soreggiare. Bach però è sublimazione. Sublimate allora anche i vostri bisogni corporali. Se non amate la musica classica non vi spaventate. Non c’è bisogno di cominciare a cercare una via di fuga. Chi ha capito questa ha vinto i primi cinque punti. E comunque ho serrato anche le finestre.
“Per capire la nostra storia bisogna rifarsi ad un tempo remoto, c’era lui con la sua barba bianca, lui la sua barba ed il resto era vuoto”. Così canta nella sua “Genesi” Francesco Guccini. E questo è un buon punto di partenza per capire Bach. Perché quando Giovanni Sebastiano ha cominciato a scrivere sul pentagramma la musica era tutta ancora da inventare. Questo certamente gli ha reso facile la vita. Pensate un cantautore dei giorni nostri che, seduto al pianoforte di buon mattino, comincia a suonare degli accordi cantando la melodia. La prima la scarta perché l’ha già scritta Lucio Battisti. Così la seconda, l'ha scritta Baglioni. E poi una dietro l’altra scarta le successive trenta. Poi una volta esaurite le possibili combinazioni matematiche di note, si rassegna e copia direttamente da chi gli capita, modificando giusto qualche nota. Così ha fatto Vasco Rossi, che ha scritto Albachiara copiando il Canone di Pachelbel, e Jovanotti che ha copiato Vasco, senza nemmeno conoscere Pachelbel. E tutti gli altri, prima e dopo di loro. Bach, no, aveva davanti a sé tutta la prateria e un cavallo ben allenato. Il cavallo era lui, Giovanni Sebastiano, che proveniva da una famiglia di musicisti. E’ pur vero che Pachelbel il suo cazzo di Canone lo aveva composto ancora prima che lui nascesse, e questo poteva rovinargli la festa. Ma intanto rispetto al giovane cantautore nostro contemporaneo, Bach non doveva confrontarsi con i Procol Harum, gli Aphrodite’s Child, i Beatles, Fabrizio De Andrè, e tutte le migliaia di altri che nei secoli si sono indebitati con “Sor Giovanni Pachelbél”. Bach si sedeva al clavicembalo lasciava andare le dita e tutti gridavano al miracolo. Ha avuto culo, Bach, metti che fosse nato un paio di secoli dopo, nel 1885 con le stesse idee in testa. “Sì il ragazzo è bravino, ma suona sempre le stesse cose, roba già sentita, niente a che vedere con quel russo, che mette il fuoco nella musica, come si chiama… Rach, Rach… qualchecosa. Rach sì che un musicista, altro che Bach". Ecco, a Giovanni Sebastiano piaceva vincere facile, e si è scelto il secolo giusto per nascere, ha fatto tutto prima. Quando poi fu inventato il pianoforte, a uno come Chopin dicevano: “Bella forza con il pedale, se l’avesse avuto fra le mani Bach questo strumento chissà cosa avrebbe scritto”. Così non solo Bach ha avuto la fortuna di nuotare in una enorme piscina vuota, ma quando sono arrivati gli altri, si sono dovuti sempre e comunque confrontare con lui. Come dire che il più forte calciatore di tutti i tempi è Valentino Mazzola, che però correva la metà di Gattuso. Magari se Gattuso corresse più lentamente potrebbe affinare una tecnica superiore. Sì, forse non proprio Gattuso, ma l’esempio ci sta. Naturalmente io ho le incisioni dell’opera omnia di Bach, centocinquantacinque cd per quasi duecento ore complessive di musica che tuttavia nella mia grande magnanimità non vi farò ascoltare, mi servirò piuttosto delle mie capacità di analisi. Bach è un lungo piatto orizzontale su cui sono allineati un centinaio di maccheroni, tutti perfettamente uguali. A volte ce ne sono due più vicini, altre tre, anche quattro, ma tutti i maccheroni sono sempre staccati dal successivo, sia pure di un solo millimetro. Giovanni Sebastiano usa poco il condimento, e non lo usa volentieri. Poche gocce di pomodoro, accuratamente passato. Niente formaggio, né pepe. Eppure da quei semplici e genuini ingredienti riesce a fare quello che nessun’altro prima di lui aveva immaginato. Neppure Pachelbel, che si era trovato fra le mani la base perfetta per tutte le ricette, ma non aveva neanche lontanamente immaginato di poterla variare. Dopo Bach, invece, la pasta non fu più la stessa. Volevo dire la musica, certo. Sì, ho sentito anche io, la campanella annuncia la fine dell’ora. Ricreazione!. Se qualcuno di voi però si volesse trattenere in classe ancora per un paio di minuti avà il regalo di vedere e ascoltare quanto di più vicino sia possibile al miracolo di Bach che seduto al clavicembalo compone la sua musica.

Il vecchio ascolta il mare camminando dove la schiuma bacia la sabbia e le impronte lentamente svaniscono.
Ogni tanto si china a comparare la forma di gusci diversi, li annusa, li ascolta, e se il suono lo incanta, li serba con cura avvolgendoli in un piccolo foglio di carta argentata.
Schiva attento i piccoli granchi cercando di imitarne il cammino trasversale, li segue a distanza contandone i passi con lo sguardo. E se danzando lentamente scivola in mare, non fugge il contatto con l’acqua che gela, ma tranquillo se ne lascia accarezzare
La vede solo un istante prima di finirle addosso, è quasi del tutto coperta di sabbia, persa nel gioco.
La bambina apre gli occhi e non è affatto sorpresa dal suo aspetto grinzoso e cadente.
- Cosa hai in quella busta?-
- La musica del mare-
- Davvero? Non conosco la musica del mare-
- Bisogna saperla ascoltare. E tu che ci fai sotto la sabbia?-
- Aspetto i granchi, me li faccio camminare sul corpo-
- E non hai paura?-
- Tu non hai paura della musica del mare?-
Il vecchio infila la mano nella busta e ne tira fuori un paio di piccoli involti che scarta con cura. Due conchiglie gemelle diffondono nell’aria un intenso profumo di alghe ancora umide. Timoroso le porge alla bambina che le porta alle orecchie con un rapido gesto.
- Ascolta… -
e dopo un attimo:
- Non sento la musica di cui mi hai parlato, ma solo il rumore del vento e le grida dei gabbiani-
- Non sei ancora pronta, conservale e riprova ogni tanto. Nessuno può dirti quando quella musica sarà tua, un giorno, un anno, tutta una vita-
- Ascolta tu allora, fallo per me e racconta-
La bambina dice queste parole riconsegnando le conchiglie al vecchio che le osserva come se le vedesse per la prima volta, ne tasta la consistenza, le annusa e poi ne ascolta il suono, socchiudendo le palpebre.
Dapprima sorride felice, poi appare turbato e piange.
- E’ così triste?-
- E’ una musica dolcissima, troppo per il mio cuore sottile-
- Come vorrei poterla sentire anch’io-
- Non devi avere fretta, aspetta il tuo tempo-
Nel dire queste parole allontana le conchiglie, e quando sta per riporle alcune lacrime sospese gli cadono, confondendosi all’umore che ne vela la cavità. Poi le avvolge delicatamente nella stagnola e le posa sui palmi tesi della bambina, richiudendoli con dolcezza.
La bambina lo guarda in silenzio camminare lontano e serra le mani, tenendo le braccia tese, come a non voler perdere il suono e il profumo che racchiudono, poi torna a confondersi con la sabbia e i suoi granchi.
Il vecchio si volta più volte a guardarla, fin quando è soltanto un granello di sabbia, soltanto allora posa il sacchetto con cura e ne estrae la conchiglia più grande. La scarta, la accosta con la mano a coppa all’orecchio destro e mentre il pianto, non più trattenuto, gli inonda il viso, cammina nel mare fissando quel punto lontano dove precipita il cielo.
E infine scompare.

Il tempo oggi è passato più lentamente del solito e non ho voglia neanche di schiacciare il pedale dell'acceleratore. Questo fa sì che la mia auto proceda stanca, singhiozzando, nell'attimo in cui mi attraversi la strada. Correre non servirebbe, questa giornata prima o poi finirà comunque.
Non ti investo per caso, sarebbe un vero peccato farlo prima di averti incontrato.
E non ti riconosco comunque subito, ti ho vista solo in fotografia, dal vivo sembri più magra. Ma forse sei tu. L'altezza e i capelli che scendono sulle spalle combaciano con l’immagine che mi serve per pensare a te. E comunque non sono del tutto sicuro, non posso esserlo. Avrei bisogno di guardarti almeno negli occhi, ma in un attimo mi passi davanti, e ti fermi allo sportello bancomat all'angolo della strada. Provo a fermarmi al centro della carreggiata e aspettare con te il messaggio di operazione eseguita, ma non è una grande idea, almeno per chi mi segue. Hanno tutti fretta. Io no, non oggi almeno.
Devo fare il giro completo dell'isolato e so che potrei perderti. Ma devo farlo, mi bastano cinque minuti. Forse meno. Mi aspetterai. Intanto avrò il tempo per pensare.
Perché poi dovresti essere qui. E comunque penso che ne saresti capace: venire a sorpresa, senza avvisare. Questa non è una piccola città, ma quella che potresti essere tu e forse non sei, quella che mi ha tagliato la strada tre minuti fa, in questa non piccola città non c'è. Potrei giurarci. Me ne ricorderei di una che ti somiglia e non sei tu.
Intanto sono di nuovo al punto in cui questi cinque minuti sono iniziati. E tu sei ancora lì a digitare cifre. Sempre di spalle. Avrai già sbagliato un paio di volte il codice, e una il verso della carta. Tipico, se sei davvero tu. Hai delle belle spalle, e tutto il resto, davanti però ti riconoscerei meglio, è l’unica parte di te che conosco, il viso intendo, e buona parte del seno.
Ho una fotografia in cui sembra che tu abbia dimenticato di allacciare la camicetta, il reggiseno non c’era, e se c’era si nascondeva con notevole destrezza.
Stai quasi per voltarti verso di me quando ti squilla il telefono. Tanto non ho fretta, questi saranno i cinque minuti più lunghi della storia dell’umanità, ma saranno sempre cinque minuti e poi tutto sarà finito. Parli piegando la testa di lato e lo fai a bassa voce. Peccato perché la tua voce l’avrei riconosciuta, e poi ogni faccia ha la sua voce. Continui a fissare la cassa bancomat che hai davanti come se da quel minuscolo video traessi ispirazione per quello che hai da dire.
Io odio il telefono. Si perde ogni capacità di selezionare l’argomento e questo per chi racconta storie è un bel problema. Racconto storie, poi non è detto che le scriva, a volte non serve. Quando racconti storie fai continuamente delle scelte: dentro e fuori. Questo lo dico, questo lo faccio immaginare, lo nascondo, lo tolgo. Soprattutto bisogna levare. E ad ogni scelta corrisponde un sentimento ben preciso. Quando racconti storie crei sentimenti. Dev’essere per questo che in tanti mi odiano.
Mi chiedo con chi stai parlando, e di cosa.
Sei tranquilla, continui a tenere il telefono fra spalla e mento mentre riponi in borsa il prelievo.
Hai una borsa grande, capiente, non di quelle che non ci entrano neanche accendino e sigarette insieme e ogni volta devi chiedere a qualcuno di farti accendere. Forse non ti va di chiedere, forse hai sempre troppa fretta per doverlo fare. Oppure semplicemente ti piacciono le borse grandi.
Ho tutto il tempo davanti a me, ma sono anche impaziente.
Accendo la radio e provo ad alzare il volume al massimo così non sentirai più niente e dovrai smettere di parlare al telefono, o almeno girarti a guardarmi. E infatti ti volti di scatto, ma il movimento brusco ti fa perdere del tutto il precario equilibrio del Nokia, che cade al suolo infrangendosi nei tradizionali cinque pezzi: fronte, dorso, batteria, tastierina gommata, scheda elettronica. Di solito funziona anche dopo, comunque.
Ti chini per raccoglierlo offrendomi la visione di una gamba abbronzata che appare dallo spacco della gonna a portafoglio con la circospezione di un attore che scosta appena il sipario per spiare la sala. La seguo apprezzandone forma e tono, invocando un colpo di vento. Intanto continui a concedermi soltanto una parziale visione laterale destra. Devi essere proprio tu. Prendi quello che hai raccolto e lo lanci disordinatamente nella borsa. Scommetto che non sapresti rimontarlo e penso anche che ce ne deve essere altra di roba a pezzi e dimenticata in quella borsa.
Poi di scatto, quando ormai pensavo già a come organizzarmi per la notte, mi passi davanti in tre rapidi fotogrammi. Questo è il momento. Ora dovrei capire se sei tu o soltanto la proiezione di un mio desiderio, ma indugio troppo a lungo su coscia e seno, così quando arrivo al viso hai già attraversato. Mi mostri solo il laterale sinistro che provo invano a far combaciare con l’altro.
Il seno è il tuo, corrisponde alle attese, ma per gli occhi è troppo tardi. Li vedo appena e non ho il tempo per guardarci dentro. Sparisci contromano confondendoti alla gente del venerdì sera.
Potrei gridare per fermarti a pochi metri da me, ma non importa. Se sei davvero tu e sei qui per me lo saprò domani. Se invece non sei la bella sconosciuta di cui ormai possiedo alcuni pezzi da rimettere insieme, proprio come il tuo Nokia, ti metterò via da qualche parte, insieme a questi cinque minuti dei miei ricordi inutili.

“Mio padre quando andavamo in spiaggia si vestiva sempre con giacca e cravatta. Io rappresento lo Stato, diceva. Camminavamo per chilometri, a volte, fra le dune alla ricerca di un posto dove non ci fosse nessuno. Poi mia madre gli allestiva sotto l’ombrellone una specie di tenda, dove finalmente si metteva il costume, dei bermuda blu, sempre. Soltanto allora si sentiva libero di fare una delle cose che più gli piaceva: nuotare.”
Agnese Moro
Rappresentare lo Stato. Chi se ne ricorda più davvero oggi?